Anno 3°

lunedì, 25 settembre 2017 - Recte agere nihil timere

Facebook Twitter YouTube

L'Evento

Luigi Ciatti, un lungo viaggio attraverso la morte di un figlio: "Nel mio cuore non c'è spazio per il perdono"

martedì, 12 settembre 2017, 10:04

di aldo grandi

Willy è il cagnolino che Niccolò Ciatti era solito tenere vicino a sé quando giocava alla play-station. Adesso è ugualmente affettuoso con tutti, ma si è accorto anche lui che il suo padroncino non c'è più. Per Luigi Ciatti, 57 anni, nato a Firenze e abitante a Scandicci, Willy è una delle poche cose che gli fa sembrare impossibile ciò che, invece e purtroppo, possibile è stata: la morte di suo figlio Niccolò, 24 anni, ucciso la sera del 12 agosto di quest'anno mentre si trovava in vacanza a Lloret de Mar, in Spagna sulla Costa Blanca, all'interno di una discoteca dove si era recato con quattro suoi amici di Firenze con cui, ogni anno, era solito trascorrere un breve periodo di ferie.

Oggi ricorre il trigesimo della morte, un mese esatto da quel giorno maledetto che Luigi Ciatti, impiegato, sposato con Cinzia Azzolina e una figlia Sara di 18 anni, ha celebrato proprio ieri sera a Scandicci in compagnia dei tanti amici che hanno voluto testimoniare, con una veglia funebre, la propria vicinanza e il proprio affetto a questa famiglia colpita così duramente.

Non esiste, per un genitore, capacitarsi della perdita di un figlio. Non è nemmeno facile imparare a conviverci e ognuno, in fondo, affronta, dentro se stesso, nel proprio intimo, questa sorta di via Crucis che dura l'intero arco della vita che resta. Non esistono cure miracolose in grado di lenire il dolore o ricette capaci di eliminarlo, si è soli, anche se accompagnati, nel dover accettare una realtà che è inaccettabile. Così, si assiste a mille modi per esorcizzare l'inesorcizzabile, tutti comprensibili, nessuno criticabile: Luigi Ciatti ha scelto, gli è venuto, forse, da sé, quello di non chiudersi al mondo e, anzi, di aprirsi: "Io e mia moglie siamo stati quasi sempre soli, adesso ci siamo accorti che siamo pieni di persone che ci stanno vicino. Io non ho mai frequentato facebook, ora non passa giorno senza che non risponda a tutti coloro che mi scrivono e che non tenga un diario quotidiano".

Signor Ciatti è esattamenbte un mese da quel maledetto 12 agosto. Ricorda ancora quella notte terribile?

Certo. Siamo stati svegliati alle 5 circa della mattina da una telefonata di Simone, un amico di Niccolò che era in vacanza con lui in Spagna. In tutto sette ragazzi di cui cinque erano andati in discoteca e due erano rientrati prima. Erano in vacanza a Lloret de Mar. Il tono della telefonata ci ha fatto capire che qualcosa di grave era successo. La voce di Simone non era tranquilla. Ci ha detto che Niccolò era all'ospedale e la nostra prima domanda è stata: Dobbiamo venire? E lui ha risposto di sì. Noi eravamo in vacanza a Monclassico, provincia di Trento, con il fratello di mia moglie e un'altra coppia di amici. A quel punto avevamo con noi Willy, il cane Yorkshire che Niccolò amava tanto, abbiamo allora avvisato allora Marco, mio cognato, che dovevamo partire immediatamente e glielo abbiamo lasciato. Abbiamo valutato che cosa ci conveniva fare se, cioè, partire e andare in auto a Girona dove Niccolò era ricoverato all'ospedale, oppure tornare a Firenze e prendere a Pisa un aereo per Barcellona. Alla fine abbiamo scelto di andare in macchina.

Quando siete arrivati all'ospedale di Girona?

Noi abbiamo fatto un viaggio di 1200 chilometri e durante il tragitto abbiamo chiamato l'ospedale di Girona riuscendo a parlare con la dottoressa del reparto di terapia intensiva e abbiamo capito che la situazione era molto grave perché, alla fine di ogni telefonata - ne abbiamo fatte diverse - lei ci chiedeva sempre a che ora saremmo arrivati. Purtropop il navigatore ci diceva due ore, ma il traffico in Francia, nell'ultimo tratto, è stato pazzesco. E ci siamo fermati solo a fare benzina. Siamo arrivati intorno alle 20 del 12 agosto. Quando siamo arrivati nel reparto non ci hanno portato immediatamente da Niccolò, ma in una saletta dove c'erano tre poliziotti che ci hanno identificato e chiesto i nostri dati. Poi è venuta la dottoressa che ci ha detto che la situazione era disperata. Ci ha spiegato che Niccolò non aveva avuto alcuna reazione dal suo arrivo all'ospedale e che le funzioni vitali lo stavano abbandonando e che aveva subìto un grosso trauma alla testa.

E' riuscito a vedere suo figlio ancora vivo?

Niccolò respirava perché aveva le macchine attaccate. Noi siamo stati con lui dalle 20, in quel maledetto box numero 8, fino alle 14 del giorno dopo, sempre accanto a lui. In sostanza, hanno staccato le macchine in quel momento. Quando siamo arrivati avevano già dichiarato nostro figlio clinicamente morto, ma hanno aspettato noi dandoci la possibilità di stare con lui a pregare e sperare nel miracolo. Nel frattempo è arrivato il funzionario del consolato italiano di Barcellona che ci ha raccontato quello che era successo e rassicurato sul supporto che ci avrebbero dato. In questo contesto avevamo nostra figlia Sara che era a Formentera con il suo ragazzo insieme a una coppia di amici. L'abbiamo avvertita e tramite il consolato le sono stati prenotati il traghetto e l'aereo fino a Barcellona. Sara è arrivata intorno alla mezzanotte a Ibiza, il primo aereo partiva la mattina seguente per Barcellona, sono giunti all'ospedale a metà mattinata. Purtroppo non abbiamo ricevuto alcun segnale di vita. Così ho visto quel che un padre non vorrebbe mai vedere. Quando hanno staccato le macchine gli occhi di Niccolò si sono girati e se ne sono andati.

Dopo che suo figlio ha chiuso gli occhi per sempre, che cosa è successo a lei e sua moglie?

Il personale dell'ospedale che ci ha assistito durante la degenza è stato molto disponibile e ci ha supportato anche con l'ausilio di una psicologa che era lì apposta per noi e una funzionaria della polizia che ci ha aiutato. A noi ci è crollato il mondo addosso, la disperazione più totale perché ci sembrava impossibile che mio figlio pieno di vita che non vedeva l'ora di tornare in Italia non c'era più. Le sue vacanze, infatti, non erano quelle lì in Spagna, ma quelle che avrebbe fatto con Ilaria, la sua fidanzata che noi avevamo conosciuto il 24 luglio al compleanno di mia figlia Sara che aveva compiuto 18 anni. Niccolò era un grande appassionato di pesca e un grande nuotatore e avrebbe fatto qualche giorno di vacanza a San Vincenzo e poi sarebbe partito il 25 agosto per Portovecchio in Corsica. Avevano prenotato con un portale Internet e avevano già versato l'importo. Ebbene, questo signore corso proprietario della casa ci ha restituito tutto. Siamo usciti dall'ospedale dopo che siamo riusciti a portare via mia moglie e anche Sara che non volevano staccarsi dal letto. Siamo andati in un hotel di fronte all'ospedale perché saremmo partiti la mattina seguente e dovevamo andare da una impresa funebre per organizzare il viaggio di ritorno. 

Voi siete, poi, ritornati in Italia in auto, quindi un altro estenuante viaggio in compagnia di sua figlia, del fidanzato di Sara, Samuele e di suo padre. Quand'è che avete rivisto vostro figlio?

L'abbiamo rivisto quando siamo tornati a Barcellona con il volo di linea Alitalia da Roma. L'aeroporto di Firenze non è abilitato a ricevere le salme. Siamo arrivati a Barcellona la sera dell'attentato alle Rambla e Niccolò lo abbiamo rivisto la mattina successiva. Lo abbiamo potuto salutare, dargli l'ultimo bacio, gli abbiamo portato i suoi vestiti preferiti, ci siamo trattenuti per quanto più possibile e poi lo abbiamo dovuto lasciare.

Lei ha visto il video dell'aggressione a suo figlio nella discoteca spagnola?

Ho visto solo l'inizio, non l'ho finito di vedere perché per me, come genitore e babbo di Niccolò, mi sembrava una mancanza di rispetto arrivare fino in fondo.

Quando ha saputo come erano andate le cose?

Già dal primo colloquio avuto con i poliziotti spagnoli. Ci hanno detto che era stato un colpo ricevuto alla testa che lo aveva, probabilmente, ucciso.

E' il calcio che si vede nel video?

Sì, questo glielo dico perché chi l'ha visto più di una volta e parlando con una amico esperto di arti marziali, mi hanno spiegato che quel calcio dato in quel modo e praticato da uno che fa arti marzali, significa sapere benissimo a cosa porta. Il suo assassino sapeva bene che è un colpo che uccide. E quando un essere umano è in ginocchio fermo inerte come era mio figlio, quella è solo un'esecuzione, come se avesse voluto giustiziarlo. L'atteggiamento dei tre ceceni, mi hanno spiegato, era l'atteggiamento dei militari perché uno attaccava e l'altro lo proteggeva. Per cui se succede una litigata tra ragazzi normali in discoteca, volano cazzotti e spintoni, lì invece era una esecuzione vera e propria. Mi sembra di aver capito che c'è stato qualcosa che ha scatenato questa reazione.

Lei non ha mai provato il desiderio di uccidere l'assassino di suo figlio o, comunque, di vederlo morto?

Sicuramente sì. Per me la parola perdono si può cancellare. Io... perché ho 57 anni e conto fino a tre, ma voglio giustizia. Voglio perché la devo avere giustizia. Purtroppo sia in Spagna sia in Italia i nostri sistemi carcerari sono rieducativi. Cosa vogliamo rieducare da questo personaggio? In Spagna il massimo della pena potrà essere 20 anni e già quando ne avrà scontati dieci anni avrà benefici e sconti di pena. Anche se la scontasse tutta, a 44 anni sarebbe fuori e avrebbe ancora una vita da vivere. Mio figlio, invece, no. Io non vorrei che fosse ucciso e che morisse però vorrei che stesse in una cella di due metri per due con acqua e cibo in modo che campi il più possibile e che soffrisse in qualche modo. Ho letto da qualche parte che il suo istruttore di arti marziali l'ha definito un bravo ragazzo, non capace di fare quello che ha fatto. Non riesco a capire, io faccio solo un semplice esempio: se al posto di Niccolò ci fosse un suo figlio o un parente stretto, vorrei sapere e conoscere la sua opinione.

Lo stesso discorso potremmo farlo per i nostri politici che, a essere sinceri, non ci sembra abbiano fatto granché rumore per ottenere giustizia. Certo non sono stati così fermi e decisi come i colleghi polacchi per lo stupro di Rimini.

Io avevo fatto un post pubblico su facebook, preso da un momento di rabbia, quando ho letto che le autorità polacche avevano inviato ispettori e funzionari per seguire il caso dei due ragazzi aggrediti a Rimini. Che io sappia, l'Italia con la Spagna, a meno che non lo abbiano fatto i servizi segreti, non mi risulta ci sia stato un intervento diretto. Anche se devo dire che c'è un procedimento penale aperto in Italia dalla procura della Repubblica di Roma che, all'arrivo della salma all'aeroporto di Fiumicino, ha preso in consegna nostro figlio, noi presenti, e lo ha sottoposto a un nuovo esame esterno del corpo con un body scanner e la dottoressa Cugini, pubblico ministero, ci ha assicurato che l'Italia, nel caso ritenesse insufficiente la tutela di Niccolò da parte delle autorità spagnole, potrà intervenire e interverrà successivamente al loro operato. E questo devo dire ci ha un po' consolato.

Eppure in Spagna hanno avuto la faccia tosta di scarcerare due dei tre assassini. Non lo trova allucinante?

Direi di sì. Devo dire che, parlando con gli amici di Niccolò, considerando il momento in cui è successo, alcuni di loro pensavano che fossero in due i ceceni, quindi, probabilmente, la figura di uno era più defilata. L'altro era quello che copriva le spalle all'assassino. Il suo ruolo è stato sicuramente attivo. Non possono uscire dall'area Schengen, hanno richiesto asilo politico alla Francia e sono, quindi, protetti dall'Europa. 

Sbaglio o l'assassino di suo figlio ha chiesto, addirittura, tramite il proprio legale, che venga rivista la sua posizione?

Credo che entro le prossime due settimane il giudice si dovrà pronunciare.

Nessuna parola o lettera o messaggio le è giunta dall'omicida?

No. Ho letto da qualche parte che si è pentito del gesto che ha fatto. 

In discoteca, a Lloret de Mar, c'erano con Niccolò quattro amici di Firenze. I quali, presumibilmente, hanno assistito alla scena. Possibile che in cinque non siano riusciti a intervenire tutti insieme per evitare questa tragedia?

Hanno tentato, uno so che ha preso un pugno in viso, un altro che, addirittura, lo hanno fatto, letteralmente, volare. Il problema è che i nostri sono ragazzi normali, non sono preparati alla guerriglia come lo erano questi tre ceceni. Quindi, sicuramente, si sono spaventati e sono rimasti paralizzati dalla paura. Intorno ci saranno stati un centinaio di ragazzi, la maggior parte italiani ed è ovvio che se tutti insieme si fossero buttati in mezzo, probabilmente Niccolò non sarebbe morto. Devo dire che la paura deve aver loro impedito di intervenire, ma l'intervento vero e proprio lo avrebbero dovuto fare i buttafuori e di loro non c'era ombra.

La discoteca, inizialmente chiusa, è stata riaperta quasi subito.

Era stata chiusa perché volevano verificare le norme di sicurezza del locale. Se lei pensa che una discoteca da 1500 persone tutte le sere incassa 25 euro a persona, basta fare un po' di conti. E' un bel business.

Luigi Ciatti lei è molto lucido nella sua analisi e altrettanto fermo nelle sue risposte. Non ha il timore che questa sua forza interiore venga fraintesa e scambiata per rassegnazione?

Assolutamente no. Io sono iscritto a facebook, ma le devo dire che fino ai due giorni successivi ai fatti, non frequentavo assolutamente la rete. Da quel giorno commento tutti i miei giorni e rispondo a tutti quelli che mi contattano e devo dire che da tutti ho avuto solo parole di solidarietà e vicinanza. Un mio amico di Padova ha lanciato una petizione sul sito Change.org A ieri hanno firmato 217 mila persone, forse questo dato qualcosa vuol dire. E' una lettera titolata Vogliamo giustizia per Niccolò Ciatti che sarà consegnata al rappresentante del Governo italiano. 

Signor Ciatti, sia sincero: ha qualche sassolino da togliersi dalle scarpe? Anche perché questa potrebbe essere l'occasione giusta.

Ho letto l'articolo di Roberto Saviano, quello in cui fa riferimento a Niccolò. Secondo lui, c'è una lotta tra mafia ceca e russa nella zona della Costa Brava dove si contendono il predominio della criminalità. L'unico timore che potrei avere è che siano talmente potenti e abbiano così tanti soldi da poter fare l'inimmaginabile e far liberare l'assassino di mio figlio.

A quel punto nessuno le toglierebbe il diritto di farsi giustizia da sé.

Non le rispondo.

Immagino che vi siate costituiti parte civile.

Sì, abbiamo l'avvocato Francesco Cò di Barcellona e il collega Christian Maiolo, entrambi spagnoli, che sono i legali consigliati dal nostro consolato, ma incaricati da noi per difendere le ragioni di nostro figlio. In questo momento sia la difesa sia l'accusa sono in possesso degli atti della polizia e possono chiedere integrazioni o supplementi di indagine. Quindi i tempi non sono brevi, probabilmente ci vorrà un anno.

Ma lei non ha fretta, giusto?

No, diciamo che avrei fretta perché vorrei avere la certezza della pena. Non ho fretta perché voglio che la giustizia faccia esattamente il proprio dovere. Preferisco aspettare un anno di più, ma che anziché 20 anni magari ne possa prendere 25.  

Lei ci ha detto che una ragazza francese presente nella discoteca dove è stato ammazzato suo figlio le ha scritto. Può dirci cosa?

Mi ha scritto che da quella sera non riesce più a dormire, che ha visto che nessuno interveniva e allora è intervenuto il suo ragazzo per aiutare Niccolò a essere portato fuori e le ha detto di aver capito che la situazione era molto grave perché Niccolò perdeva sangue da un orecchio. Io ho chiesto su facebook la possibilità da parte di qualche ragazzo presente di avere un filmato originale che non fosse quello delle videocamere per capire che cosa possa essere accaduto. Non ho ricevuto alcuna risposta e avevo fatto la richiesta anche in forma anonima.

 

info@aldograndi.it

info@lagazzettadilucca.it


Questo articolo è stato letto volte.


Prenota questo spazio


Prenota questo spazio


Prenota questo spazio


Altri articoli in L'Evento


Prenota questo spazio


sabato, 23 settembre 2017, 14:20

Enrico Rossi e Giorgio Almirante, politicamente e culturalmente un nano il primo, un gigante il secondo

Noi non siamo mai stati né siamo fascisti, ma le parole del gauleiter della Toscana Enrico Rossi sui fascisti e sul fatto che chi li picchia fa bene, sono di una gravità assoluta. Nel 1972 Giorgio Almirante fu 'crocifisso' per molto meno


sabato, 23 settembre 2017, 10:20

Rossi: "Chi picchia i fascisti fa bene", Cabras (FN): "Quando ti pare"

"Il Governatore deve sapere che troverà Forza Nuova sempre pronta a rispondere colpo su colpo, qualunque sia il campo d'azione in cui la sua irresponsabilità porterà lo scontro politico: sappiamo bene che per personaggi del genere la guerra civile non è mai finita"


Prenota questo spazio


lunedì, 18 settembre 2017, 20:55

Padre Madròs, divisa da prete, coraggio da leoni

Padre Peter Madròs, sacerdote cattolico di origini armene, nato a Gerusalemme, sostenitore di una Palestina indipendente, ma feroce critico dell'islam. Il video del suo straordinario intervento al convegno su Oriana Fallaci


lunedì, 18 settembre 2017, 19:15

Scintillante apertura dell’annata 2017-2018 del Lions Club Garfagnana

Nell’incantevole cornice del Resort Borgo Giusto di Partigliano, nella serata di Venerdì 15 Settembre, ha avuto luogo la tradizionale festa di apertura del Club, con Presidente per l’anno in corso Marco Castrucci


domenica, 17 settembre 2017, 12:19

Unforgettable Oriana

Undicesima edizione del convegno di Armando Mannocchia dedicato alla memoria di Oriana Fallaci nel giorno della sua morte. Uno straordinario padre Peter Madròs, ironico, spietato, realista, indomito con una implacabile Souad Sbai accompagnati dalle canzoni del cantautore più censurato d'Italia Giuseppe Povia. Il video di Claudio Bernieri


venerdì, 15 settembre 2017, 11:57

Stupro di Firenze: coglioni in divisa? Qualcosa di più...

L'avvocato Cristiana Francesconi del foro di Lucca commenta la vicenda della violenza sessuale di Firenze da parte di due carabinieri nei confronti di altrettante turiste americane. Colpisce la disparità di trattamento riservata dai giornali con la pubblicazione dei nomi dei due militari indagati