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Barga

Premio Arrigo Benedetti, un'edizione in rosa

sabato, 13 aprile 2019, 20:46

di viola pieroni

Costanza Spocci e Concita De Gregorio, illustri giornaliste, sono state premiate stamattina (sabato 13 aprile) nella sede del comune di Barga per il premio Arrigo Benedetti. Due vite diverse, accomunate dalla passione per l'inchiesta, per l'uguaglianza in tutte le sue sfaccettature. 

Costanza diventa giornalista dopo l'università: si trasferisce nelle zone di guerra tra Pakistan e Afghanistan, dove con dei suoi coetanei inizia a scrivere e a cercare di sopravvivere vendendo quei pezzi. Pezzi che sono frammenti di una storia che ora studiamo, prove di chi era li per vedere cosa accadeva davvero e per raccontarlo. Un lavoro che un lavoro non era, poiché con il giornalismo purtroppo spesso non si campa, e nemmeno ci si arricchisce. Tema molto sentito anche da Concita, che sin dall’età di 16 anni ha deciso di voler scrivere. Prima, nella redazione de “Il Tirreno” dove si occupò di cronaca nera, poi ne “La Repubblica".

Come giornaliste, ma anche come donne che non si arrendono di fronte a un muro di silenzio, parlano del diritto di avere una legge che tuteli i giornalisti indipendenti: in fondo, senza una testata illustre alle spalle è sempre più difficile riuscire a raccontare le cose come stanno, soprattutto se riguardo a temi scottanti. Così l'unico modo per essere liberi davvero è aver studiato, poiché la conoscenza delle cose, nel bene e nel male, dà un potere che spesso è volentieri fa paura. Fa paura ai politici, ai grandi dell'economia, ma fa paura anche a chi pensa di sapere e si rifiuta di accettare ciò è la realtà, forse perché in questa società ci si sente più sicuri nella sicurezza di una bugia, piuttosto che nel dubbio di una verità. Serve in questo momento come mai prima d’ora un “campo di gioco aperto che garantisca i diritti di tutti", in cui si possa dire, senza distinzione di genere ed età, dopo ovviamente una ricerca e un'inchiesta approfondita, ciò che è un obbiettività.

Dice poi Costanza: “Spesso una mano che ti da informazioni lo fa per un interesse personale, lo fa perché è quello che vuole che sia scritto". E aggiunge Concita: “Il giornalista non è un lavoro con cui ci si arricchisce, molte volte bisogna diffidare da un giornalista ricco. In questo lavoro, noi siamo un mezzo di informazione. Noi siamo coloro che siamo in un posto dove molti non sono, e tramite un semplice racconto riusciamo a diffondere ciò che lì accade. Non siamo una casta come dicono molti, siamo persone e non possiamo essere raccolti tutti in una categoria. È come dire che tutte le persone bionde, o tutte le persone alte un metro e 70 abbiano le stesse caratteristiche.”

Questa è stata infatti un’edizione tutta in rosa, che ha portato ovviamente sul tavolo la questione della parità di genere: purtroppo, molte giornaliste donne, ma non abbastanza direttrici. Poche riescono a trovare la forza di andare oltre nel mondo strumentalizzato e spesso troppo maschilista della stampa, in cui tutti "ti guardano come un esemplare raro" accenna Concita. Serve un cambiamento non solo nella società, in cui in primis i genitori devono educare alla parità ed evitare gli stereotipi, ma anche le istituzioni. Ovvio poi che la meritocrazia debba regnare su tutto.

Perché magari una giornalista non può dire tutto, non può essere ovunque e sapere qualsiasi cosa, ma può sperare che arrivi un messaggio attraverso le sue parole, quella speranza effimera quanto tangibile che con un foglio e una penna si possa davvero cambiare le cose. Si possa far aprire gli occhi su un mondo che cambia di giorno in giorno, e in cui spesso nessuno riesce a mantenere il ritmo frenetico delle novità.

Sempre sperando che nessuno si opponga.


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