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Sabrina Landucci, un esempio per tutti: chapeau!

martedì, 15 ottobre 2019, 09:33

di aldo grandi

E' andata in onda stamani, su Canale 5, nella trasmissione condotta da Federica Panicucci, la vicenda relativa alle violenze subìte da Sabrina Landucci, ex moglie di Mario Cipollini, attualmente compagna di Silvio Giusti ex calciatore della Lucchese Libertas 1905 dei tempi d'oro. Alcuni giorni fa la stessa ex consorte del campione del mondo di ciclismo aveva raccontato al giudice, durante il dibattimento in cui l'ex marito è imputato per lesioni e minacce nei suoi confronti e verso l'ex calciatore rossonero, la sua odissea vissuta accanto a Cipollini, sposato nel 1993 e da cui si è separata e, poi, divorziata, pochi anni fa. La Tv, si sa, cerca spettacolo e ha dei tempi che fanno a cazzotti con la necessità, per poter capire, di poter spiegare. Qualcuno ha parlato, per fortuna anche l'avvocato Susanna Donatella Campione, legale della parte lesa, ma, alla fine, ci è sembrato che la figura di Sabrina Landucci ex Cipollini non sia emersa in tutta la sua portata e in tutto il suo coraggio. Noi, proprio alla fine del suo interrogatorio in tribunale all'ex Galli Tassi, le abbiamo chiesto scusa. Scusa per ciò che avremmo, forse, potuto e dovuto sapere e che, invece, non abbiamo mai saputo fino a quando lei non ha scelto, dopo anni di vessazioni, di dire tutta la verità su una storia che idilliaca, nonostante le luci della ribalta, non è mai stata.

In una città dove lo sport più in voga è sempre stato quello di godere delle disgrazie degli altri, è indubbio che la decisione di Sabrina Landucci di denunciare l'ex marito e di affrontare, sostanzialmente, quella gogna mediatica che aveva sempre rifiutato, ha rappresentato una scelta forte e coraggiosa, di chi, stanca di subìre, alza la testa perché arriva un momento, nella vita di ognuno di noi, in cui non si può sempre e comunque far finta di niente. Ne va della propria autostima, ne va, soprattutto, della propria volontà e capacità di riprendere a guardarsi negli occhi davanti a uno specchio avendo nuovamente fiducia in se stessi.

Noi abbiamo conosciuto Sabrina Landucci tanti anni fa, si era alla metà degli anni Novanta e l'ex Re Leone era all'apice della carriera. Per motivi familiari siamo stati parenti acquisiti, se così possiamo dire, per dieci anni nel corso dei quali ci siamo incontrati qualche volta in circostanze casalinghe, di fronte a un caffè o a qualcosa di più, ma sempre, di lei, ricordiamo la massima riservatezza, il portamento elegante, il sorriso e la tendenza a sdrammatizzare. Sapeva che eravamo giornalisti, appartenevamo, cioè, a una delle categorie che meno aveva in simpatia e per questo, anche, evitava di raccontare di sé e della sua famiglia. Era la mamma, donna di tempra straordinaria, di bell'aspetto e simpatica, a sfogarsi, non certo con noi, ma con la sua amica del cuore e, poi, noi, di traverso, recepivamo qualche notizia.

Era, Sabrina, come lo è ancora oggi, una bella donna, slanciata, sempre ben vestita, educata, con una vena di malinconia e, soprattutto, questo sì, sempre sola. Il marito non la accompagnava mai e, a quanto ricordiamo, nemmeno si faceva accompagnare, per cui questa donna, questa ragazza in fondo, viveva in una sorta di gabbia dorata all'interno della quale allevava, con dolcezza e con preoccupazione, le due figlie attenta a non lasciar trasparire niente che potesse in qualche modo turbare l'atmosfera di serenità che la gente pensava ci fosse e che, in realtà, non c'era.

Noi e chi scrive non si sottrae alle sue responsabilità, credevamo che, in fondo, essere la moglie di un campione comportasse, per definizione, oneri e onori, e se i primi, sapevamo, non mancavano, sicuramente i secondi non andavano trascurati.

Avere a disposizione una carta di credito da poter utilizzare senza restrizioni di sorta, in fondo, può essere un valido motivo per sopportare anche l'insopportabile se si pensa che la vita, in fondo, è una corsa sì di lunga durata, ma di resistenza ancor più che di velocità, dove conta sopravvivere, a volte, più ancora che vivere. 

Certo, l'autore di queste righe sapeva che quella vita apparentemente dorata tanto dorata non era, che c'erano sofferenze, frustrazioni, rinunce, umiliazioni, ma quello che traspariva, sempre, dalle parole di chi raccontava, era la volontà, ferma e irremovibile, di Sabrina di non lasciarsi andare a qualsiasi decisione che potesse in qualche modo compromettere la vita familiare. Nessuna denuncia, quindi, e così come ha domandato la giudice al processo, anche Federica Panicucci si è chiesta e ha chiesto perché?, perché non ha mai denunciato Mario Cipollini. Noi possiamo dirlo: perché odiava la popolarità sotto tutti i punti di vista, persino quelli piacevoli che a suo marito andavano tanto a genio e a lei, invece, molto meno, amante delle cose semplici; perché non voleva arrecare danno a suo marito, poiché era perfettamente a conoscenza che se avesse parlato avrebbe rischiato di mandare in frantumi un mito; per le figlie, consapevole di essere una madre premurosa che non voleva farle soffrire in alcun modo; infine, per paura, ma questo non potevamo immaginarlo all'epoca anche se sapevamo delle liti e delle alzate di testa del campione, ma pensavamo che, in fondo, erano vezzi e lussi che, visto il ruolo e la popolarità, poteva anche permettersi.

Sbagliavamo e per questo, anche, ci dispiace e abbiamo chiesto scusa. Abbiamo visto Sabrina Cipollini Landucci, in tribunale, con gli occhi lucidi, indifesa, sola sul banco dei testimoni, ma forte della sua determinazione e capace di tenere testa all'emozione, all'amarezza, alle domande, inevitabilmente 'crudeli' e asettiche delle parti coinvolte. Per lei raccontare e raccontarsi sarà, forse, stato anche un togliersi un peso dallo stomaco, ma, in particolare, una sofferenza di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Per 20 anni era stata zitta comprimendo, nelle sue paure, ogni desiderio di rivalsa e voglia di rinascita. Poi, però, è bastata e scusate se è poco, un'aggressione come tante altre, ma subìta sul luogo di lavoro, per dire basta.

Basta con gli attacchi di panico, con le ansie, con le paure ogni volta che sollevava la cornetta o rispondeva al cellulare, basta con il dover subìre passivamente anche le angherie più sciocche solo e soltanto per tenere, come si dice da queste parti, la barca pari. Basta con il chinare sempre la testa e dire sempre di sì, per proteggere tutto e tutti tranne, in fondo, proprio se stessa. E ora che le figlie, finalmente, sono grandi e indipendenti o quasi, ecco venire fuori quella determinazione che non aveva mai avuto prima. Sabrina Landucci non ha mai cercato i soldi e chi la conosce lo sa perfettamente. Noi per primi. Avrebbe potuto chiedere e avere e, invece, pur di ritrovare se stessa, ha abbandonato una prigione dorata per andare a vivere in un piccolo appartamento di periferia, in un posto, Saltocchio, che solo a pronunciarlo viene da ridere e non ce ne vogliano gli abitanti, lei che era abituata a vivere in una villa di 900 metri quadrati con tanto di sauna e palestra piazzata sopra le pendici lucchesi a Monte S. Quirico. 

In tribunale, vestita di nero nemmeno si trattasse e, forse, per lei lo è stato, un funerale, ma anche una rinascita, questa donna di 51 anni portati splendidamente, riservata, lontana anni luce dai paparazzi che hanno immortalato le imprese, sportive e non, di un marito indubbiamente ingombrante, con una dignità sovrumana perché limpida e orgogliosa di sé, ha aperto i suoi armadi dai quali sono emersi scheletri che, probabilmente, molte altre persone avrebbero continuato a tenere rinchiusi. Ci è piaciuta Sabrina, accidenti che donna, che grinta, che capacità di raccontare e raccontarsi come se le sue vicissitudini ai limiti del dramma fossero state solo pillole di una medicina che si è dovuta ingoiare non tanto per stare meglio, quanto per non stare peggio. 

Finalmente il coraggio ha vinto, la verità, almeno per noi che le crediamo, ha trionfato e ancora una volta c'è una donna che ha saputo uscire da sola da quel paradiso infernale nel quale si era adagiata. Ha detto, la signora Landucci, che non riusciva a ribellarsi perché viveva nella paura e nell'angoscia, nel terrore di chi non sapeva come fare a ritrovare la propria strada. Una volta uscita dalla prigione, alla palestra Ego dove lavora fu Renato Malfatti, il fondatore, a convincerla che aveva tutte le carte in regola per ripartire da zero, per ricominciare a fare qualcosa perché lei, ormai, non sapeva più se era in grado di farlo. 

Forza Sabrina, adesso, magari, ti diranno che hai sbagliato e che potevi stare zitta. Tu, invece, non hai mai rinunciato ad essere te stessa, a riprenderti in mano la tua vita. La tua forza d'animo e la tua capacità di risorgere meriterebbero di essere conosciute anche da coloro i quali, nella quotidiana esistenza all'insegna della mediocrità, preferiscono chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie.


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Avvocato Francesconi


Geminiani


fondazione carilucca


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