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Garfagnana

Latte alla spina, Filippi (allevatore): "Le istituzioni non restino insensibili"

giovedì, 5 dicembre 2019, 10:52

di giuseppe bini

Prosegue la nostra inchiesta sui distributori di latte fresco: solo pochi mesi fa è stata rinnovata la convenzione tra Unione dei Comuni e ARAT (Associazione regionale allevatori della Toscana), ma i "casottini" restano chiusi e abbandonati.

Dopo il nostro articolo sull'abbandono del distributore di latte di Borgo a Mozzano, qualche "mugugno", a livello istituzionale, ci è stato riferito; ecco quindi che abbiamo deciso di approfondire la questione, correggendo anche quelle imprecisioni che, nel primo articolo, avevamo pubblicato. Infatti la situazione è ancor più grave di quanto avevamo erroneamente scritto prestando fede a dati reperiti da Coldiretti: nella realtà in Garfagnana è sopravvissuto un solo distributore (pubblico) di latte, ovvero quello di Gallicano, mentre altri due sono attivi a Pieve Fosciana e a Minucciano, ma di natura privatistica. A quello di Borgo fanno compagnia quelli (chiusi) di Piazza al Serchio e Castelnuovo, mentre altri due sono stati aperti e poi richiusi nel capannorese.

Per saperne di più abbiamo contattato un allevatore, Carlo Filippi, membro dell'Associazione allevatori razza bovina garfagnina, che già in passato si era occupato della situazione dei distributori, anche se, come da lui specificato, la produzione di latte non rientra nel suo settore aziendale.

"Non voglio assolutamente essere polemico - esordisce dopo averci risposto con cortesia-, ma anzi vorrei stimolare le istituzioni a sedersi intorno a un tavolo e mettere in campo delle azioni per rilanciare i "casottini", la Garfagnana vive di turismo e agricoltura, e lasciare i distributori all'abbandono non è certo una bella immagine, sia per i turisti che per quelle persone che hanno fruito del servizio".

Secondo lei perchè c'è stata la progressiva chiusura dei distributori

Alla base c'è sicuramente un problema di mancata redditività. Si partì 13 anni fa con tanto di promozione pubblicitaria in televisione, ma poi nulla è stato fatto per aiutare questi distributori a sopravvivere. Non ha aiutato nemmeno una normativa Usl che obbliga alla bollitura del latte appena munto, e poi ci sono i costi di trasporto...

Alcuni però riescono a sopravvivere...

Sopravvivono quelli di natura privatistica, che alla vendita del latte fresco accomagnano la vendita, sempre con distributore automatico, di altri prodotti aziendali: in questo modo riescono a rientrare delle spese e a fornire un servizo importante come la fornitura di latte appena munto, che riporta, tra i vari aspetti, alle nostre radici, al nostro vivere contadino.

Tuttavia, nella primavera scorsa, è stata rinnovata una convenzione tra Unione dei Comuni e Arat. Come se lo spiega?

Non conosco le motivazioni, tuttavia da contadino, come amo definirmi, e da abitante della Garfagnana, mi auguro che presto le isituzioni trovino il sitema di rilanciare queste attività. Troppo spesso i politici usano le parole allevamento, Garfagnana, agricoltura, per condire i loro discori pubblici, ma poi alle parole non seguono adeguate azioni sul territorio.

Intanto però, anche sui distributori, quache soldo pubblico è andato via...

Mi sembra che l'investimento sui "casottini" partiva da circa 15 mila euro ciascuno, con la convenzione che cedeva ad Arat (in un primo momento Apa, Associazione provinciale allevatori, nda) il comodato d'uso con l'obbligo della manutenzione.

Ci faccia una sua personale proposta

Intanto bisogna che tutte le parti in causa si prendano a cuore il problema, a cominciare dall'Arat e dai produttori di latte, e poi che i comuni e l'unione dei comuni riescano a mettere in campo azioni, anche di promozione, adeguate ad aiutare la rinascita di distributori. Si tratta di un servizio importante: latte fresco e genuino, a poco prezzo, noi allevatori sappiamo bene la differenza rispetto al latte che si trova nella grande distribuzione. Magari affiancando la vendita di latte con quella di prodotti tipici locali, mi viene in mente ad esempio farina di castagno e farro, ma anche prodotti delle aziende casearie, forse si riuscirebbe a consentire ai distributori di sopravvivere.


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