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L'Evento

La società dei giornalisti estinti

giovedì, 20 agosto 2020, 20:12

di aldo grandi

Una volta eravamo, se così si può dire, concorrenti. Lui, giornalista de Il Tirreno di Livorno, mago del web e appassionato di nuove tecnologie, chi scrive cronista di nera e non solo alla redazione lucchese de La Nazione. Entrambi, all'epoca, inizi anni Novanta, l'età dell'oro della carta stampata, corrispondenti per il quotidiano più prestigioso della penisola, Il Corriere della Sera, lui che copriva la costa da Livorno in giù, noi che ci occupavamo della provincia di Lucca Versilia compresa.

Quando aprivamo le pagine di quello che, a tutti gli effetti, consideravamo il più bel quotidiano d'Italia, spesso sbucavano le nostre firme, talvolta anche una accanto all'altra nella pagina delle cronache italiane. Una volta, quando ancora i giornali cartacei avevano un senso, essere corrispondenti del Corrierone era un vezzo e un vanto non da poco. Si sperava, poi, che al contratto di collaborazione succedesse quello di assunzione articolo 1 a tutti gli effetti. A Marco Gasperetti accadde proprio così mentre noi, a dirla tutta, non facemmo abbastanza per lasciare questi luoghi ameni e, alla fine, restammo convinti, come è solito dire un nostro parente di natali labronici - Innamorato della pesca subacquea, il mega-direttore contagiato anche lui dalla passione per la pesca e per il mare, gli disse che avrebbe potuto fare grande carriera in banca seguendolo al nord (Bpm): 'Quando mi proposero di andare a Lodi per fare un robusto salto di carriera domandai se, a Lodi, ci fossero i saraghi. Mi dissero di no e io, sinceramente, non me la sentii" - che la vita è fatta di scelte e che scegliendo, inevitabilmente, si rinuncia sempre a qualcosa.

Siamo, tuttavia, sempre rimasti non solo colleghi, ma anche amici e con una forte stima reciproca. Gasperetti è inviato del Corriere oltre ad essere docente universitario a Pisa, dove insegna ai suoi studenti le nuove tecniche di informazione e i primi approcci a questa meravigliosa professione. Ambedue livornesi, siamo, inevitabilmente, dissacranti il sottoscritto anche di più e capita, a volte, che ci si trovi a discutere su quale sia il giusto modo per non far morire questo mestiere. Nessuno di noi è stato bravo a convincere l'altro, ma, probabilmente, le posizioni, col tempo, si sono ravvicinate. 

Così, quando ci è capitato di apprendere che sarebbe uscito un nuovo libro di Gasperetti attinente, proprio, la professione di giornalista, lo abbiamo chiamati e gli abbiamo chiesto di inviarci il tutto. Si tratta di 94 pagine di una storia romanzata che si legge tutta d'un fiato e si gode altrettanto. Un lungo viaggio attraverso il giornalismo da quando era una... noble art a quando, oggi, a malapena gli assomiglia.

Il protagonista è un giovane aspirante giornalista che ripercorre, una volta divenuto tale, la vita dei giornali da quando era di scena il... piombo ad oggi che, di piombo, nemmeno l'ombra così come di molte altre cose notizie comprese.

E questo ragazzo, ormai non più tale, preso a fischi e pernacchie durante una conferenza-dibattito con giovani agguerriti e convinti di sapere tutto, torna indietro con la memoria e dipinge un quadro straordinario e veritiero del suo apprendistato, tra pesci in faccia e figure barbine, tra momenti di disappunto e piccole soddisfazioni, immerso tra gente che rappresentava un crogiuolo di frustrazioni, ambizioni represse, delusioni, invidie, gelosie e via di questo passo. Altro che idealismo, altro che Robert Redford e Dustin Hoffman in Tutti gli uomini del presidente. La verità era ed è molto, ma molto diversa e molto ma molto meno edulcorata.

Ci sono tutti, nell'inventario di Gasperetti, una rassegna di personaggi che scompaiono nel nulla di una pensione simile ad un cimitero degli elefanti portandosi dietro conoscenze, esperienza e capacità umane, qualcuno, che non servono più a niente. E', questo libro, un pugno nello stomaco o, meglio ancora, un calcio in faccia a chi pensa che nella vita esista, come vogliono farci credere, un diritto alla felicità e non, come invece è, il solo dovere di fare il possibile per conquistarsene una fetta.

Gasperetti non è un romanziere, ma questo libretto è una sorta di vademecum che inseriremmo, unitamente ai film di Alberto Sordi, nei programmi scolastici, altro che teoria Gender e puttanate simili.

La società dei giornalisti estinti andrebbe portato in trionfo non  foss'altro per il merito di dire, senza tanti fronzoli, quello che è stato e quello che non sarà più, senza rimpianti e nemmeno rimorsi. Un giornalismo fatto di poche seghe ammesso che di seghe, in questo mestiere, ce ne siano mai state. Miseria (tanta) e nobiltà (poca) di una professione troppo spesso sotto le luci dei riflettori senza alcun merito e, soprattutto, alla mercé di incapaci, leccaculo, ruffiani, ultimi arrivati e peripatetici pardon toglieteci il peri.

Marco Gasperetti

La società dei giornalisti estinti

Mauro Pagliai Editore

pp. 94 - euro 8,00

 

 


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