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Scritto da andrea cosimini
L'evento
25 Novembre 2022

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Marco Pardini non ha bisogno di presentazioni. Naturopata etnobotanico di professione, deve la sua fama al grande pubblico grazie alla sua approfondita conoscenza delle piante e delle loro proprietà. Con Abramo Rossi cura una trasmissione di successo su Noitv, intitolata “I colori del Serchio”, ed ha all’attivo anche due romanzi erboristici: “Il piantastorie” ed “Erbario poetico”, entrambi per i tipi di Maria Pacini Fazzi editore.

Originario di Casoli di Camaiore, vive a Viareggio da quando aveva 18 anni. Proprio ieri era presente al Gran Caffè Margherita di Viareggio, in passeggiata, per dialogare con lo chef stellato Cristiano Tomei – amico e compaesano - in occasione della presentazione del libro di quest’ultimo: “Mio nonno mi portava a fa’ gli erbi” (Rizzoli, collana BUR).

Noi lo abbiamo raggiunto prima dell’incontro per porgli alcune domande:

Marco Pardini, cos’è e cosa fa un naturopata etnobotanico?

“L’etnobotanico è uno studioso di botanica che, però, associa ad essa le credenze, le storie, le proprietà medicinali, la mitologia, il simbologismo, l’arte e tutto ciò che l’uomo, nel corso della storia, ha proiettato sulle piante. La parola ‘naturopata’ è invece una parola italiana che non mi corrisponde perfettamente. Io sarei un Heilpraktiker: ho studiato a Zurigo e mi sono formato in una scuola dove, in realtà, si fa medicina. Sono quindi un medico che, invece di adoperare i farmaci di sintesi, ricorre a ciò che la natura ci offre. La preparazione di base rimane però sempre la stessa: fisiologia, patologia, anatomia”.

Lei e Abramo Rossi state curando un programma di successo su NoiTv: “I colori del Serchio”. Si aspettava questo responso del pubblico?

“Assolutamente no. Quando Abramo ha dato vita a questa trasmissione, devo dire molto fortunata, si occupava – e si occupa tuttora - di rivalutare e far conoscere la vita contadina, agreste, i sentieri, gli ambienti. Poi, da qualche anno a questa parte, ha deciso di includere me nella figura di etnobotanico. Chiaramente, pur trattando temi interessanti, mai avrei pensato dir aggiungere questa popolarità. Ormai non posso più commettere illeciti o reati perché tutti mi sgamerebbero (sorride). Sono diventato ‘quello delle erbe’. Il complimento più bello che la gente mi fa è quando mi dicono: “Sei entrato nelle nostre case, ti vediamo sempre”. Devo dire non me lo aspettavo, e a volte mi sorprende ancora”.

Qual è il suo legame con la Garfagnana?

“La Garfagnana, per un botanico, penso sia una terra magica, unica e irripetibile. Sembra piaggeria dirlo qui, ma è così. È una terra ancora da scoprire, almeno per noi. Pensi che molti viareggini, la domenica, hanno preso lo scooter per andare a vedere in Garfagnana se, effettivamente, esistesse quel paesino e quel monumento che avevano visto nella mia trasmissione. Questo per dire che c’è gente che non ha mai messo piede in certi piccoli paesi. Non sanno dell’esistenza di Verni, Trassilico: luoghi fondamentali anche dal punto di vista architettonico, oltre che ambientale. Io faccio spesso trasmissioni in Garfagnana. Direi che il 50 per cento di esse vengono girate lì. Ho un gruppo di allievi garfagnini che mi raggiungono in Mediavalle, a Piano della Rocca”.

Vuole parlarci di una pianta che, magari, tutti conosciamo, ma della quale ne ignoriamo i benefici?

“Per fare un gol a porta vuota avrei dovuto parlarvi dell’elicriso, perché è una pianta che, sia i garfagnini che noi marittimi, abbiamo a disposizione. A Castelnuovo di Garfagnana, poi, il dottor Santini, nel corso del tempo, ha veramente approfondito molto le proprietà di questa pianta. Certamente si tratta di una pianta con molte proprietà medicamentose oltre che profumiere. Ma vorrei parlarvi di quella che noi chiamiamo ‘camuciolo’ perché è l’erba delle camicie: nel senso che le nostre nonne profumavano le camicie con questa essenza che ricorda un po’ la liquirizia. In Garfagnana si chiama ‘cannuciolo’ perché ricorda, da vicino, un piccolo canneto. È una pianta della quale ancora si sa poco, tant’è che nelle università la stanno studiando anche con la frontiera di diventare un nuovo chemioterapico. Quindi una pianta fondamentale nel mondo rivierasco e montano”.

Ultima domanda: quali sono gli elementi di affinità tra lei e Cristiano Tomei?


“Intanto siamo due versiliesi. Io sono un camaiorese ed anche lui ha i parenti paterni di Camaiore. Quindi l’utilizzo delle erbe. Io, ovviamente, per la medicina; lui per la cucina. Vive sul mare, a Viareggio, come me, ma lavoriamo entrambi a Lucca: io ho lo studio lì, lui ha il ristorante. Siamo nati e cresciuti all’interno di una cultura che ci ha trasmesso come insegnamento quello di ‘usare tutto quello che c’è’. Quando eravamo bambini non si lasciava mai niente nel piatto. Mi ha fatto molto piacere leggere nel suo libro questa particolarità che ci accomuna. Come lui è cresciuto con una predilezione per la cucina, infine, anche per me la cucina è una passione. Insomma, ci sono molti ponti che ci uniscono”.

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