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Giovanni Barco l’ultimo alchimista e la pietra filosofale della conoscenza

domenica, 28 ottobre 2018, 13:06

di giovanni barco

Con questo racconto il prof. Giovanni Barco vive la mitologia greca, la pietra filosofale e il sogno di perfezione dell’umano che non si rassegna alla sua imperfezione. In poche righe viene descritta l’enigma della creazione, svelando l’invenzione degli elementi di cui è fatto l’Universo, compreso se stesso, senza trascurare combinazioni ed effetti. Perfino il neutrone diventa un personaggio, e affiora come gran dono degli dei. E l’umanità: Tesla e il suo piccione, l’ultima sua scoperta, l’altro amore non corrisposto. 

Barbara Alberti

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Io, prof. Barco, Biochimico, Chimico Clinico, nonché anche Farmacologo e Medico Chirurgo, sono quello che talvolta i “babbani” della scienza chiamano l’Alchimista, ignorando che la storia della scienza moderna è segnata da personaggi a dir poco “particolari”, che per la loro fervida fantasia a buon diritto sono ricordati tra i paladini della scienza.

L’articolo che state per leggere è il mio primo scritto semiserio di una serie su alcuni personaggi che hanno dato un contributo fondamentale a quella che i più chiamano scienza moderna ma che, in altri contesti, nulla avrebbero avuto a che fare con la scienza stessa, ma come alchimista moderno farò di più, vi insegnerò a trasmutare il vile metallo in oro, ma senza farvi diventare ricchi.

Per Aristotele, Pitagora, Paracelso, Newton e tanti altri, la via della nostra conoscenza passa attraverso un amuleto, una vera pietra che il vorace dio Chronos, per i romani Saturno, inghiottì per opera di Rea sostituendola per il figlio Zeus. Il risultato fu un sasso che il dio vomitò sulla terra, un sasso non solo esclusivo per la sua improbabile storia, ma straordinario per le sue proprietà, non ultima quella di trasmutare i vili metalli in oro e di produrre un elisir di lunga vita. Ma molti sanno che per gestire il tempo infinito e tanta ricchezza, ci vuole un uomo di grandissima saggezza e così quel sasso straordinario col tempo fu chiamato pietra filosofale, perché rappresentava la via della saggezza e della conoscenza assoluta.

Da alchimista moderno vi spiegherò come trasformare in realtà il sogno antico di trasmutare il vile metallo in oro.

Innanzi tutto ci vuole una sorgente di neutroni liberi e uno dei tanti elementi che troviamo nella tavola periodica, meglio con un numero atomico poco al di sotto di 79, cioè quello dell’oro, ma che costi molto meno, pena perderci tantissimo denaro.

Un buon alchimista deve poi scegliere con accuratezza il tipo di forza da usare sugli elementi, solo così può raggiungere i risultati voluti. Il nostro universo è dominato da quattro tipi di forze: la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, la forza nucleare forte e quella debole. Fu Isaac Newton, l’ultimo alchimista, a descrivere con serrato linguaggio matematico la forza gravitazionale nel suo famoso “Principia Mathematica”. La forza gravitazionale è la più debole delle quattro, ma anche la più equa, perché più i corpi hanno massa grande più si attraggono, anche se questa forza si affievolisce velocemente in modo proporzionato alla loro distanza al quadrato, ed è meglio così. Immaginatevi sdraiati sul divano con la vostra massa corporea che esprime una gravità più forte del dovuto: attirereste quadri, chiodi e moglie, un risultato sicuramente a dir poco disastroso, ma la cosa più incredibile è che sarebbero attirati tutti con la stessa accelerazione. Anche Albert Einstein si è cimentato con questa forza, stravolgendo la fisica del ventesimo secolo, ma questa è un’altra storia.

La seconda forza che un buon alchimista deve saper dominare è quella delle cariche elettriche. Nicola Tesla lo sapeva bene, per lui dominare la forza elettromagnetica fu una vera passione. In tarda età però la passione per un piccione, di sesso ancora sconosciuto, stravolse la sua vita. Tutti i cacciatori sanno che un piccione vive molto meno di un umano e quando il piccione morì, pochi mesi dopo il dolore portò via anche l’amante elettrico. Ogni volta che con una calamita attiriamo le monetine sparse sul tavolo, dimostriamo che la forza elettromagnetica è più forte di quella gravitazionale terrestre, ma i fisici sanno bene che entrambe risultano più deboli delle due forze nucleari, la forte e la debole.

La forza nucleare forte non si limita a tenere assieme i quark, le particelle subatomiche che costituiscono i protoni e neutroni, ma agisce anche su questi ultimi come una tenacissima colla che compatta i nuclei di qualsiasi atomo, annientando la forza repulsiva elettromagnetica. La forza nucleare forte è la più intensa che la natura può rivelare e per migliaia di anni ha fatto ritenere l’atomo l’elemento funzionale più piccolo e indivisibile della materia. Solo il vero alchimista può avvicinarsi a una forza così distruttiva sprigionata dalla materia, perché solo con la conoscenza assoluta e una infinita saggezza si può contenere una forza così smisurata. Nel secolo scorso, sono stati molti gli apprendisti stregoni, spesso organizzati in bande, che si sono affannati nello scatenare la forza nucleare forte, ignorando qualsiasi avvertimento della pietra filosofale.

Solo ricorrendo alla forza nucleare debole, capace di tenere insieme le subparticelle degli atomi, attraverso il decadimento beta, gli alchimisti possono trasmutare il vile metallo in oro e possono farlo scagliando violentemente un neutrone contro il nucleo di un atomo, che si frantuma o, come dicono i fisici nucleari, “decade” in elettrone, un neutrino e un protone. Una volta emessi il neutrino e l’elettrone, il protone rimanendo nel nucleo dell’atomo colpito, aumenterà di una unità il numero dei suoi protoni, trasmutandosi così nell’elemento successivo della tabella periodica, secondo la reazione:AZX → AZ+1Y + e-.

Il decadimento beta è un processo radioattivo che interessa il nucleo atomico ed è chiamato così perché gli elettroni emessi durante questo decadimento radioattivo furono inizialmente chiamati raggi beta. Come tutti i processi radioattivi essi sono accompagnati da una grande liberazione di energia attraverso l’emissione di raggi gamma, le onde elettromagnetiche più energetiche e distruttive dell’Universo. Fu nel 1931, durante la prima conferenza internazionale di fisica nucleare, organizzata a Roma, che Enrico Fermi, una delle più geniali menti italiane, usò per la prima volta il termine “neutrino” per indicare la particolare particella emessa insieme agli elettroni durante il decadimento beta, completando subito dopo la teoria del decadimento, che venne puntualmente bollata dagli scienziati del settore come troppo “lontana dalla realtà fisica” e clamorosamente rifiutata dalla rivista “Nature” ignorando sia l’idea che l’articolo scientifico.

Con il nostro Fermi e i neutrini vi lascio per riprendere la settimana prossima con un nuovo personaggio della scienza, che oltre ad essere il padre della astrofisica, scopre il vero meccanismo della trasmutazione del vile metallo in oro.

(1 - Continua)


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