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Rubriche : lettere alla gazzetta

Carola Rackete-Guardia di Finanza, due pesi e due misure: ad Agrigento non ha vinto il diritto

venerdì, 5 luglio 2019, 22:16

di francesco pellati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo documento inviatoci da Francesco Pellati, ex presidente regionale della Lega, a proposito di un caso analogo a quello della Sea Watch e del suo comandante Carola Rackete:

Caro Aldo,

un amico giurista mi ha inviato la sentenza del 14/06/2006 n° 31403 della Cassazione penale, Sez. III.

La riassumo:

“nel marzo 2002 la Guardia di Finanza di Chioggia individuava all’imboccatura del porto una imbarcazione che non si era fermata all’intimazione dell’alt da parte di una motovedetta della Guardia di Finanza, urtando la stessa motovedetta.

Dopo i primi 2 gradi di giudizio con condanna relativa (1 anno, 4 mesi e 10 giorni di reclusione più 30 giorni di arresto), l’imputato ricorreva in Cassazione che, con la sentenza di cui sopra, confermava la condanna con le seguenti motivazioni:

-         Sussiste il reato di resistenza e violenza contro nave da guerra previsto e punito dall’art. 1100 del Codice della Navigazione essendo pacifico che l’imbarcazione dell’imputato aveva concretamente manovrato per opporsi all’abbordaggio della motovedetta della Guardia di Finanza.

-         È indubbia la qualifica di nave da guerra attribuita a tale motovedetta, perché essa era nell’esercizio delle sue funzioni di polizia marittima e risultava comandata ed equipaggiata da personale militare e perché lo stesso legislatore iscrive il naviglio della Guardia di Finanza in questa categoria (art. 6, legge 1409 del 13/12/56 e successive sentenze della Cassazione Sez. III n° 9978 del 30/06/87).

-         Ricorre inoltre il delitto di resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 Codice Penale) individuato nella tutela fisica o morale della polizia.

-         Non ha rilievo che la manovra della imbarcazione privata non abbia messo a repentaglio l’incolumità fisica dell’equipaggio della motovedetta, giacché la materialità del delitto è integrata dalla c.d. resistenza impropria la quale, pur non aggredendo direttamente la persona fisica del pubblico ufficiale, impedisce od ostacola l’esercizio della sua pubblica funzione”.

La fattispecie sembra del tutto simile a quanto accaduto nel porto di Lampedusa la scorsa settimana.

Cambiano solo gli autori del reato e la sentenza.

A Chioggia c’era un italiano che, su imbarcazione italiana, pescava in frode, a Lampedusa c’era la germanica Capitana che su imbarcazione olandese approdava in un porto italiano con un carico di clandestini (fino a prova contraria).

La sentenza di Venezia (primo e secondo grado) è stata di condanna che la Cassazione ha confermato, la sentenza di Agrigento (primo grado) è stata di piena assoluzione. 

Può darsi che la sentenza di Agrigento, con le relative motivazioni, abbia motivi non politici, quel che pare certa è la mancanza di motivazioni di diritto.

Le leggi e le sentenze citate dalla Cassazione rappresentano il c.d. diritto positivo (jus in civitate positum, diceva Ulpiano), senza il quale i rapporti fra gli uomini tornano alla jungla.

Differenti motivazioni appartengono a differenti sfere dell’agire umano: quelle politiche, quelle etiche, quelle ideologiche che di positivo non hanno alcunché, essendo tutte soggettive e come tali pericolose da usare come elementi determinanti nell’emettere un giudizio di colpevolezza o di assoluzione da parte di un giudice. Che del resto ha delega (e che delega!) a giudicare esclusivamente in termini di diritto positivo.

A me, sommessamente, non pare che ad Agrigento questa volta abbia vinto il diritto come invece successo in Cassazione.

Non ne sono felice.


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