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Scritto da andrea pedri
Bagni di Lucca
23 Marzo 2024

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Non è mai facile parlare in pubblico delle proprie fragilità, anche perché, molto spesso, risulta complesso anche solo capirle e accettarle in prima persona. Le difficoltà che si incontrano nella vita possono essere numerose e dalle forme mutevoli: alcune ci abbandonano dopo poco tempo, altre si annidano così nel profondo da risultare invalidanti e impedire a coloro che ne soffrono di vivere una vita piena e soddisfacente. Un fardello insostenibile e alla lunga straniante, un labirinto cognitivo che prende pian piano la forma dell’incubo. Sarebbe inutile elencare qua tutti gli impedimenti che affliggono decine se non centinaia di migliaia di persone ogni anno solo in Italia, anche perché la testimonianza che la Gazzetta riporta si concentra su uno specifico spettro dei disturbi di tipo psicologico: quelli relativi al comportamento alimentare, racchiudibili tutti all’interno dell’acronimo DCA. I disturbi dell’alimentazione sono una vera e propria piaga della nostra società: colpiscono un numero indefinito di persone (si parla di decine di milioni) in tutto il mondo, ma nonostante la gravità del fenomeno quest’ultimo risulta ancora velato da una spessa coltre di stereotipi da parte di coloro che non ne soffrono e di vergogna e umiliazione per coloro che invece devono affrontarlo ogni giorno.

Una battaglia con sé stessi e in alcuni casi con la società che però non prevede vincitori ma solo sconfitti, un malessere silenzioso che continua a mietere vittime. Le campagne di sensibilizzazione per contrastare questi disturbi sono ormai presenti da anni, e si avvalgono delle testimonianze di individui di tutte le età per far meglio comprendere la capillarità del fenomeno all’interno della società. Sentire parlare queste persone è un atto di consapevolezza collettiva, utile agli “esterni” per capire cosa si prova e in alcuni casi salvifico per chi è personalmente coinvolto. Fare prevenzione, ma soprattutto esporre i DCA permette sia di creare uno spazio sicuro per colui che testimonia che la manifestazione di un “esempio” positivo per gli altri: un esercizio di volontà e coraggio che non può non essere salutato con favore. Ed è questo, in conclusione, il fine ultimo della testimonianza di Claudio Gemignani, insegnante e consigliere comunale di minoranza a Bagni di Lucca, che ai microfoni della Gazzetta, come già accennato, ha voluto raccontare la sua storia e la sua difficile esperienza con i disturbi dell’alimentazione.

Quando ti sei accorto di essere affetto da DCA?

“Il DCA, disturbo del comportamento alimentare, è una problematica psicologica subdola, cattiva, difficile da estirpare ma non impossibile. Me ne sono accorto anni fa, ma all’inizio uno cerca sempre di fare finta di nulla, di non vederlo, di dire che è tutto normale, anche se non è così. Nel mio percorso ho avuto dimagrimenti eccessivi, comportamenti disfunzionali, ossessivi. Un esempio? Quando andavo a mangiare la pizza, toglievo tutti gli ingredienti sopra il pomodoro; le lasagne? Invece di mangiarle in modo verticale, normalmente, le smembravo e le mangiavo a strati orizzontali. A parità di prodotto, guardavo, prima di comprarlo, le calorie che aveva e ovviamente acquistavo quello con meno. Ero arrivato a non magiare quasi più nulla se non in alcuni rari momenti”.

Ci sono stati altri campanelli di allarme?

“La mia giornata iniziava con un cappuccino a colazione, mangiando le paste solo con gli occhi; un macchiato a metà mattina, una mela o una pera e uno yogurt al pasto, un succo a merenda, mentre a cena, pur con tutti i miei mille atteggiamenti disfunzionali, mangiavo qualcosa in più, così come il sabato e la domenica. È da qui che ho cominciato a intuire che, forse, avevo bisogno di aiuto, l’aiuto di chi avevo accanto. Nel tempo ho avuto il sondino naso-gastrico, ho assunto vitamine, venivo seguito da medici preposti come psicologi e psichiatri. Grazie a questo percorso di consapevolezza, mi sono reso conto che avevo bisogno di essere ricoverato, ma ci sono voluti anni prima di arrivare a capire la gravità della mia situazione”.

Quali sono le conseguenze di questa malattia? Cosa comporta?

“Il disturbo alimentare comporta il proprio annientamento. Non pensi che al cibo, non pensi che a fare gesti disfunzionali e a fare un controllo sempre più stringente della tua alimentazione. Ti alimenti con la mente e non fisicamente. Mi ritrovavo a guardare video e programmi culinari, a non far altro che a parlare di cibo e di tutto ciò che ruotava intorno a esso. Ero arrivato perfino a trascurare gli affetti più cari, che dovevano fare i conti con un Claudio ormai fuori carreggiata, innervosito, triste, fissato. Il disturbo, questo mostro, ti porta ad avere due tipi di dimagrimenti: fisico e mentale, e a risentirne ne è un po’ tutto. Non esiste nient’altro o l’altro lo vedi deformato dalla fame e da un nervosismo irreale. Dimagrisci e ti vedi bello, hai il terrore di quel numero che appare sulla bilancia, che diventa un mostro con cui lottare”.

Come ti sei sentito dopo aver ammesso a te stesso di soffrire di questa condizione?

“Ti senti nudo, spogliato di tutte le sovrastrutture che ti eri precedentemente creato. Come ho già detto, mi sono reso conto di aver bisogno di aiuto, ma soprattutto ho deciso di smetterla di vergognarmi delle sofferenze che stavo provando”.

Come hanno reagito la tua famiglia e i tuoi affetti?

“Mi sono stati vicini, con una meravigliosa naturalezza. È anche per questo che alcuni ringraziamenti sono d’obbligo: Dio, Kety, la mia famiglia, i miei amici, i miei consiglieri colleghi, gli amici di partito, i miei alunni e le loro famiglie e i colleghi di scuola i miei dottori, chi mi sta aiutando in tutte le mie attività che ho a Bagni di Lucca, la marea umana di amore che mi ha inondato: senza di voi sarebbe stato tutto tremendamente più difficile, se non impossibile”.

Che terapia stai seguendo ora?

“L’ammissione di avere questo disturbo è molto ma molto complicata, talvolta uno può arrivare anche a non ammetterlo mai. Io invece ho deciso di vivere e di farmi curare. Da anni sono in cura a livello ambulatoriale in una struttura che è un’eccellenza internazionale. Con loro, da novembre, ci siamo resi conto che la sola visita non bastava più, optando per un ricovero che ormai era irrimandabile. Quando ti viene fatta la diagnosi di DCA, la paura, la preoccupazione e anche una certa dose di vergogna ti assalgono. Vergogna perché in questa società di apparenze abbiamo una faccia da salvare. Ma ho messo tutto da parte e ho deciso di ricoverarmi, pur con qualche titubanza e senza dimenticare che soffro anche di una patologia autoimmune – la sindrome di Behçet, che causa l'infiammazione dei vasi sanguigni in tutto il corpo – e sono in cura alla reumatologia di Pisa: l'alternativa era la morte”.

Da quanto tempo sei ricoverato e per quanto tempo dovrai restare in cura?

“Sono ricoverato dal 29 gennaio. Farò una breve pausa, chiamata esposizione, intorno alle festività di Pasqua, per poi rientrare in struttura l’8 aprile. Sarò ricoverato fino al momento in cui i dottori riterranno che il maggior numero di sintomi saranno spariti. Al Claudio del passato direi: basta con la vergogna, con le titubanze, con le paure. Affronta la vita, sii guerriero di te stesso”.

Quali speranze hai per il futuro? Pensi che la tua testimonianza possa essere d’esempio per altri col tuo stesso problema?

Sono fiducioso per quello che sarà: devo mettercela tutta per uscirne. Curare le malattie psicologiche è come curare una malattia fisica, e molto spesso non dipende solo da te ma anche dal decorso. Una cosa buona che però vedo è la maggior consapevolezza e attenzione in merito a questi disturbi. Per il resto, sì, ho deciso di parlare e di rilasciare questa intervista per lanciare un messaggio. Durante la mia esperienza, a un certo punto ho deciso di smettere di provare vergogna e di parlare, con la speranza che qualcuno possa prendere coraggio, riconoscere il proprio stato e farsi curare. Per chi vorrà, io sono disposto ad aiutare e fare da tramite. In questa struttura dove attualmente sono, si trovano varie persone che hanno deciso di prendere in mano la propria vita e di lottare: nessuno è solo. Purtroppo, molto spesso la gente prova vergogna, dato che spesso il mondo, a partire dai mezzi di comunicazione, valorizza la perfezione e non ammette nessun inciampo. Per poter accettare la propria condizione, bisogna avere accanto le persone giuste: devono essere positive e non disfattiste. Dico a chi soffre di DCA, la cui giornata col fiocchetto lilla ricorreva il 15 marzo: noi siamo persone, non il disturbo. Il mio parroco mi dice sempre una cosa: quando entri nel tunnel, attraversalo, è quella la sofferenza, ma sappi che in fondo c’è la luce, sempre! Il disturbo alimentare non è una colpa, il disturbo alimentare non è una sentenza, ma soprattutto non è una scelta. Però noi abbiamo scelto la cura, abbiamo scelto la vita. Nessuno si salva da solo”.

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